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Giorgio Rosati
Il pensiero economico di Platone
Indice
1. Filosofica e sofistica
1.1 Il povero Socrate e i ricchi Sofisti
1.2 La dialettica tra “scienza” e metodo
1.3 Logica e commercio nel Sofista
2. Teorica dello Stato ideale
2.1 Ricchezza e giustizia
2.2 Stato e moneta
2.3 Forme di governo e usi del denaro
3. Politica e giuridica
3.1 Mitologia e filosofia del lavoro
3.2 Legislazione economica
Introduzione
In rapporto a tutta la vasta opera di Platone sono tutto sommato pochi i luoghi dove egli affronta il tema economico, e praticamente mai prendendo di petto la questione. Infatti ogni volta egli sta parlando di qualcos'altro, e l'argomento monetario o commerciale compare quasi sempre come un corollario dei suoi discorsi filosofici, etici o politici. D'altra parte, visto che l'Economia come disciplina autonoma compare solo a partire dal Settecento, è del tutto ovvio che dell'antico pensatore non esista una dottrina definita di questo tipo, quanto piuttosto osservazioni per lo più marginali che compaiono sparse qua e là. Tuttavia egli ha detto molte cose su questa materia, rintracciabili in buona parte della sua produzione, le quali, benché per lo più accessorie e accidentali, non sono per questo meno interessanti da esaminare. Sia perché, esclusi Esiodo e il contemporaneo Senofonte, quelle del filosofo sono le prime riflessioni in merito, ma soprattutto perché a volte esse sono oggettivamente rilevanti. E il fatto che il pensiero economico di questo nonostante tutto indubbiamente grande pensatore sia stato per lo più trascurato, sia dai filosofi che dagli economisti (1), non vuol dire che esso non sia degno di nota, perché anzi presenta degli sconcertanti spunti di estrema attualità. Di più, questo tipo di riflessioni sono le sole che forse si salvano ancora oggi quanto a profondità di sguardo e acume intellettuale di questo personaggio.
La presente ricerca è dunque il tentativo di attribuire il merito che spetta all'antico filosofo per le sue brillanti intuizioni suquesta materia particolare, benché essa sia condotta da un deciso avversario del platonismo filosofico, che all'Idealismo metafisico e mitologico contrappone l'impostazione del Materialismo storico e scientifico. A dimostrazione del fatto che anche visioni teoriche opposte possono trovare punti in comune, che per quanto parziali pure sono senza dubbio sensibili. Certo, spacciare Platone come una sorta di profeta che con oltre due millenni di anticipo critica la moderna economia di mercato può sembrare un'eresia, ma saranno le sue stesse parole a dimostrare che non è affatto così. Egli ha infatti colto in pieno i tratti spregiudicati e spregevoli della psicologia commerciale, e sebbene la sua sia stata una denuncia prevalentemente morale e per niente affatto sociale, pure questo non ne diminuisce la portata dirompente. Anzi potremmo addirittura dire egli si espresse in quei termini suo malgrado, perché in realtà era tutt'altro che un rivoluzionario, e quel senso della giustizia di cui ha sempre parlato vedremo come in fondo si rivelasse assai discutibile.
Forti quindi del punto di vista originale dal quale è stata condotta la lettura platonica qui proposta, eccone gli elementi salienti. Il primo capitolo è in realtà introduttivo, poiché il contrasto tra il disinteresse etico di Socrate e l'interesse economico dei Sofisti, nonché la polemica contro il commercio del sapere praticato da questi ultimi, è più che altro un espediente. Infatti si tratta piuttosto della dialettica di Platone, le cui varie facce aiutano a comprendere l'impostazione filosofica di questo pensatore, dalla quale non si può esulare nemmeno data la marginalità del nostro argomento. Tuttavia si cerca anche di mostrare come fin dai primi Dialoghi giovanili sia chiaramente delineato quell'atteggiamento di sospetto che Platone mostra nei confronti della smania di guadagno conseguito approfittando degli altri, ostilità che sarà mantenuta per tutta la vita, e che si esprimerà nella severa condanna della brama di denaro, nonché nel perseverante rifiuto del suo uso a scopo per così dire speculativo.
Il secondo capitolo è invece interamente dedicato alla Repubblica, il Dialogo centrale dell'intera produzione del filosofo, il cui tema dominante è la ben nota costruzione politica dello Stato ideale. Dove si trovano però anche diversi spunti economici assai significativi, in primo luogo l'affermazione lapidaria ma categorica del valore puramente convenzionale della moneta, benché fatta di metallo prezioso. Il filosofo parla poi anche del commercio come di un'attività necessaria alla vita dello Stato, ma altresì dei commercianti che invece sono dannosi, lasciando persino trasparire l'uso capitale che costoro fanno del denaro. Inoltre alla nota e sfacciata divisione classista della società fa da contrappunto la netta enunciazione dell'assai liberale principio della divisione del lavoro, secondo il quale ogni individuo deve stare al suo posto e svolgere la stessa mansione per tutta la vita. Cui fa da corollario il curioso stile di vita spartano imposto alla classe dirigente, insieme al severo divieto per costoro di detenere e maneggiare denaro. Infine vedremo il ruolo che gioca la ricchezza nelle prime tappe del processo descritto da Platone circa la degenerazione dello Stato, che dalla perfezione ideale scadrebbe attraverso varie forme di governo fino alla tirannide.
Il terzo capitolo è invece dedicato all'esame del Politico e delle Leggi. Dove nel primo di questi Dialoghi si trova anzitutto l'enunciazione del nesso logico-etimologico esistente tra potere economico e politico, che è potere di comandare. Il filosofo parla di capo famiglia e Capo di Stato, ma vien da sé il paragone con il liberalismo di A. Smith, il quale descrive espressamente la ricchezza come il potere di comandare il lavoro altrui da parte del capo di impresa. Quindi Platone, sebbene in un contesto mitico e tutto sommato inconsapevolmente, riconosce comunque un caposaldo della filosofia del lavoro, ossia l'importanza determinante che l'adozione dell'Agricoltura ha avuto per lo sviluppo economico e sociale dell'umanità, come il primo passo nel cammino della civilizzazione. Profondità di sguardo che egli rivela anche in seguito, quando a suo modo distingue lucidamente alcuni dei fattori produttivi necessari alla realizzazione del lavoro. E benché lavoratori e moneta siano esclusi da tale elenco, pure il filosofo associa poi in qualche modo questi due termini estremi entro cui si dibatte la moderna economia di mercato, quando parla del servilismo di chiunque agisce per denaro, siano i commercianti, i lavoratori o i funzionari statali.
Nelle Leggi infine troviamo le misure economiche concrete che Platone propone in vista dell'edificazione di uno Stato reale, le quali sono generalmente restrittive e diciamo pure decisamente illiberali. Poiché egli anche in questo suo ultimo Dialogo vede le attività volte al guadagno come il fumo negli occhi, qualcosa che comporta fatalmente la corruzione dei cittadini che vi si dedicano, nonché di gravemente diseducativo per i giovani, e dunque un serio pericolo per lo Stato. Inoltre il filosofo osserva a più riprese che chi accumula ricchezze può farlo solo a spese degli altri, per cui dove c'è ricchezza c'è paradossalmente altresì povertà, e quindi per la sicurezza dello Stato è necessario evitare entrambe le condizioni. Così, benché sia prevista una divisione della società in quattro classi censuarie, pure tutti i cittadini sono sottoposti ad un ferreo controllo statale, di modo che nessuno possa possedere beni superiori alla soglia massima stabilita, né inferiori alla soglia minima. Inoltre per gli scambi interni è imposto l'uso di una moneta espressamente priva di valore, che sia appunto solo un mezzo, e non un principio e fine dello scambio. Così che è impedita sia la per così dire speculazione finanziaria, sia l'accumulazione, come è proibito anche il prestito a interesse, e insomma ogni forma di profitto. Non a caso ai cittadini è vietato esercitare il commercio, che quindi dev'essere dato in mano agli stranieri, e però sotto il rigido controllo dello Stato.
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